1.DESTINAZIONE DIMENTICATA

Non conosco il mio nome, la mia casa è un metrò, il mio letto è uno dei suoi sedili e mi protegge dal freddo una trapunta azzurra, ormai nera, trovata su di me il giorno che mi sono risvegliato. Sotto il mio sedile ho mille libri anche se non so come io sappia leggere, mangio dove e quando mi capita, sopravvivrò comunque. La  mia età non la conosco, probabilmente sono eterno… parlo solo e sempre da solo, non  capita mai che qualcuno si accorga di me. Penso che in fondo sì, sto bene così. Non so cosa siano i ricordi, ma qualcosa mi fa pensare che la mia trapunta lo sia … ma cosa ricorda? E la foto che ho trovato accanto ad essa, mi appartiene? Raffigura una sagoma femminile molto sbiadita del quale riescono a distinguersi solo i contorni, il tempo l’ha consumata, l’unica cosa che si riesce a vedere molto chiaramente è sullo sfondo, ed è una enorme luna piena .. ecco lei è la mia compagna .. la luna della foto, che poi è la stessa lassù nel cielo sopra il mio metrò, assurdo..! Ammiro  la luna, abbiamo molto in comune, riesce a stare da sola sempre, le piace specchiarsi nel mare e ogni tanto si stanca di girare nello stesso verso, spesso allora si ferma a pensare …chissà se gradisce la mia compagnia quando la osservo? Quando glielo chiedo sembra dica sempre no..! Ho cominciato a parlare con lei, ma lei parla solo agli innamorati ed è fatta solo per le notti romantiche, forse si è arrabbiata perché mi sono permesso di parlarle io che sono un solitario, l’ho capito perché imbronciata si nascondeva dietro le nuvole. Poi però una notte serena stava lì a guardarmi, non come la gente che non mi vede, lei non distoglieva mai lo sguardo e quindi mi ascoltava e mi capiva. Io parlavo, parlavo..cantavo..in quella lunga notte ho scoperto l’amore. Sì, mi ero innamorato della luna, l’ho corteggiata, le ho offerto dei fiori e le ho chiesto di ballare e poi le ho chiesto di sposarmi! Solo con lei sarò più felice, ma non ho ricevuto risposta. Le ho detto di non andarsene.. ma il buio ha cominciato a svanire, ad essere bruciato dalla luce fievole del sole del primo mattino. Oh no, è l’alba..! Si è svegliata.. e ti ha portato via! Quella notte ho capito che ogni cosa finisce, ho buttato la foto sotto il mio letto-sedile, in mezzo ai libri ingialliti, e così la notte non ho più rivolto lo sguardo al cielo, non ho più voluto vederla, ho desiderato per mille notti che piovesse e che continuasse a piovere in eterno. Era la prima volta che provavo dolore. Dolore? No, l’ho già provato un giorno mentre accendevo il fuoco, mi sono bruciato: … il bruciore è l’unico dolore che mi fa scendere le lacrime, vorresti morire piuttosto che sentire una parte del tuo corpo essere invasa da un calore pungente e non trovi mai pace .. ma quella notte però non mi ero bruciato. Allora perché sentivo dolore? Perché piangevo? Ho scoperto l’amore, ed ho capito che scoprendo l’amore era inevitabile non scoprire il dolore, o meglio, la sofferenza per qualcosa che ti viene negato, che ti viene tolto .. Eppure non ho mai provato dolore per la vita che mi è stata tolta, per il passato che mi ha dimenticato, forse perché non lo conosco, forse perché non lo ricordo, ciò mi crea quelli che possono sembrare svantaggi, ma io sto bene nella mia solitudine. Sicuro? E la Luna? Era una compagnia, l’ho persa e ora sto male nella mia solitudine, la odio! Mi ha tolto anche la mia dolce solitudine, e adesso cos’ho? Ne ho una amara! Quando compresi che avevo un’amara solitudine, fu il primo passo che intrapresi verso un lungo cammino che mi portò a comprendere di avere il bisogno di scoprirmi, e alla decisione di scoprire il mio passato.

Intanto, mentre la luna quella notte mi aveva abbandonato, c’era qualcosa o forse oserei dire qualcuno che nei giorni successivi mi seguì ossessivamente. Una presenza inizialmente quasi fastidiosa, che mi portò all’esasperazione nei vari tentativi di liberarmene. Stavo mangiando delle scatolette di cibo avariato racimolate nella spazzatura, e mi sentivo osservato.  Mi guardai attorno e non vedevo nessuno, continuai a mangiare anche perché vi assicuro non avrei smesso di farlo per alzarmi a cercare la sola sensazione di una presenza, sensazione che però si fece concreta quando sentii un lamento, anzi più che un lamento era un ansimare, un respiro affannoso, ma non era umano, no! Me lo confermò il pelo arruffato bianco sporco che fuoriusciva da un ammasso di cartoni ammucchiati. A poco a poco fece capolino il muso di un cane, che al mio fischiare alzò un orecchio e tirò fuori la lingua, quasi a volermi dire: “Che ne dici di offrirmi un po’ della tua cena?”. Non gli diedi neanche una piccola parte del mio pasto, i cani sono forse più bravi di me a procurarsi del cibo, quello che mi sembrava un randagio di strada sapeva di certo come fare. Gli lanciai un legnetto per farlo scappar via, ma lui girò la testa di scatto per guardare l’oggetto volante, si alzò dalla posizione seduta sulle quattro zampe lentamente, e sempre con la stessa flemma si diresse verso il legnetto e lo annusò. Mi guardò con aria interrogativa come per chiedermi se lo stessi forse prendendo in giro, ritornò dov’era prima e si sdraiò poggiando il muso sulle zampe anteriori. Lo percepii come un segno di sfida e di occupazione. Desiderai ardentemente che sparisse dalla mia vista, lo odiai profondamente.. eppure non mi aveva fatto nulla. Lo conoscevo da poco più di cinque minuti. Voleva restare lì, e non voleva solo del cibo, voleva avvicinarsi a me, voleva compagnia, lo percepivo dall’atteggiamento tomo e mielosamente amichevole che aveva. Se ne andò varie volte, per tutte le volte che lo scacciai, perché rischiava di prendere tante di quelle botte, e un po’ ne prese. Tirò fuori una parte cattiva di me perché non voleva lasciarmi in pace, tornava nuovamente dopo uno o due giorni e si piazzava sempre nello stesso punto a fissarmi. Io mi chiedevo perché questa presenza per me era così fastidiosa, se ora riconoscevo dell’amarezza nella mia solitudine? Perché non sentivo il bisogno di cercare un rapporto con quell’animale così affabile? Non mi fu difficile trovare delle risposte, perché la verità si fa fatica ad ammetterla, ma io non la devo dimostrare e dire a nessuno, se non a me se stesso, allora ad alta voce potevo imprecare, urlare contro quell’animale, ma la verità era che dentro di me esisteva il desiderio di accarezzarlo, di rivolgergli una parola dolce, dentro di me l’ombra di quel desiderio mi fece conoscere un altro sentimento oltre al dolore, mi fece conoscere la paura. Capii che allontanavo il possibile amico da me non perché non desiderassi la sua compagnia ma perché avevo paura di riprovare lo stesso dolore il giorno che forse anche lui mi avrebbe abbandonato. Capii che l’abbandono forse era l’elemento principale che caratterizzava la mia vita sconosciuta, e che era stato per me in passato fonte di grande dolore. Non mi pervenne nessun ricordo nitido particolare, ma da quella paura di soffrire per un abbandono scaturirono in me forti sensazioni riconducibili sicuramente ad emozioni già provate, che già conoscevo, e sempre di più mi assaliva la voglia di capire come e perché ero arrivato lì, e per chi e per quali motivi quei sentimenti mi appartenevano così tanto. Pur essendo sempre ritornato, nonostante i miei rimproveri, le mie urla ed imprecazioni, e le mie bastonate per farmi lasciare in pace, quel cane non superava mai un certo limite, manteneva sempre una certa distanza, come se avesse scelto la sua prospettiva per osservarmi. Questo scaturì in me molte domande alla quale però ci volle molto più tempo per trovare risposta. I miei sentimenti arrivo più facilmente a riconoscerli, ma i pensieri di un cane mi sembra difficile, soprattutto perché capii che in realtà quella prima espressione, quel suo primo sguardo rivoltomi non era per chiedermi gentilmente un po’ del mio cibo, poiché nei giorni successivi non tentò mai di prenderne o di mostrare l’atteggiamento che un cane ha quando te lo richiede, né mai si avvicinò tanto a me per richiedere affetto e attenzione. Tutto questo mi faceva interrogare sul motivo che attraeva quell’animale nei pressi della mia “umile dimora”, e ancora di più sul perché se ne stesse lì a guardarmi come se fossi un tester scientifico sotto osservazione. Queste domande placarono il mio fastidio, la mia paura, la mia rabbia, insabbiate a quel punto da una curiosità morbosa che mi spinse a superare un giorno quella soglia che non aveva osato superare “lui”. Era da poco notte,e dopo aver gironzolato attorno a quel terreno adibito ad una semidiscarica per tutto il giorno, il mio osservatore si mise accucciato nella sua solita postazione, stanco, quasi cedente al sonno. Io intanto facendo finta come sempre che non ci fosse, ormai stanco dei tentativi di scacciarlo, mi accendevo un fuocherello con qualche sterpaglia e del cartone. La luce del fuoco mi illuminò per intero, mentre il cane stava al suo posto completamente al buio, ma riuscivo ad intravederne la sagoma, la testa era bassa e appoggiata a terra, ma gli occhi erano aperti, spiccavano nel buio.. continuava la sua osservazione forse.

“Mi spieghi cos’hai da guardarmi?”

mi rivolsi a lui convinto forse potesse ascoltarmi e capirmi.

“..sei un mistero sai?! A me dispiace di trattarti male, ma io voglio stare solo, ci sono abituato e tu mi disturbi!”

Probabilmente parlavo da solo, ma lui alzò la testa ed emise un gemito, poi continuai:

“Ora però vorrei tanto sapere cosa vuoi da me, peccato tu non possa parlare, però potresti farti capire se vuoi, perché te ne stai lì?”.

A quel punto con mia grande sorpresa il cane si alzò, era ancora avvolto dall’ombra, e con la sua solita lentezza portò piano piano alla luce il suo manto bianco, inclinò la testa verso sinistra, mi guardò, fece ancora qualche passo fino a sdraiarsi al mio fianco, davanti al fuoco. Fu solo allora che azzardai, con una leggera paura, e con un lieve e dolce desiderio, ad affondare la mia mano nel morbido pelo, e a regalargli la mia carezza. Mi accorsi che lui più di me, anzi solo lui, era avvezzo al calore di un altra persona, al gesto affettuoso e alla esternazione di un sentimento con dei gesti. Era a suo agio, si stese su un fianco e alzò la testa lasciandosi accarezzare la pancia, fino al muso, e rispose leccandomi le dita e cercando di afferrarle con le sue zampe. Per me invece era la prima volta che avevo un contatto caloroso con un essere vivente, eccetto i probabili che non ricordavo, e avevo quasi timore della dolcezza che mi sovrastava, e dalla necessità che avevo di essa, del bisogno di darne e di riceverne, quasi non volevo accettarlo perché mi avrebbe reso più debole, perché sospettavo che quell’animale era lì per strapparmi via di dosso la mia armatura, la mia fortezza, la mia corazza protettiva, che mi teneva lontano da ciò che io ero, da chi ero e da chi probabilmente mi aveva fatto del male. Mi tolsi subito dalla testa la sciocca e stupida fantasia che quell’animale fosse lì forse per un motivo, e accettai volentieri la sua presenza, pur non lasciandomi più andare all’affetto che ci aveva uniti quella notte. Il suo essere avvezzo alle coccole dell’uomo mi fece sospettare che non fosse un randagio, e che fosse un cane scappato, perso, oppure aimè abbandonato. Pensai forse stupidamente che riconobbe in me un essere abbandonato come lui, ma come dicevo levai subito dalla mia testa queste sciocchezze, e cercai di sfruttare quella presenza ormai fissa nella mia vita in qualcosa di fruttuoso, efficace per gestire la mia vita da clochard. Un cane mi avrebbe certo aiutato in tante situazioni, come cercare del cibo o difendermi da male intenzionati. Cercavo di non vederlo come un fedele amico, ma come un animale da addestrare, essendo a volte anche un po’ duro con lui. Mi ostinavo a non voler assolutamente rompere quella corazza, non accettavo nulla che avrebbe fatto riaffiorare la mia fragilità, rinunciando così alla dolcezza, al calore e all’affetto che potevo dare e poteva darmi il mio nuovo “accompagnatore”. Sì, è così che lo chiamavo pur di non usare le parole amico, compagno. Gli affibbiai ovviamente un nome al quale si adeguò, anche se forse lui aveva già il suo, ma probabilmente gli piacque anche questo. Ho detto “ovviamente” perché si da per scontato che tutti abbiano un  nome, ma la cosa assurda è che mentre io cercavo il nome che fosse adatto a lui, io in realtà non ne avevo uno, o meglio forse lo avevo ma non lo ricordavo. Ero detto da altra gente del quartiere “il solitario”, ma nessuno mi aveva mai affibbiato un nome poiché non avevo accettato mai di approcciare con i miei simili, ne tanto meno io avevo mai pensato guardandomi in qualche occasionale superficie riflettente di darmene uno. Esistevo sì, ma essendo solo e privo di una vita burocratica il mio nome non serviva, non ne avevo mai sentito la necessità, né ci avevo mai pensato, se non nel momento in cui fui io ad affibbiare un nome a qualcun altro, nel momento in cui cercai e pensai minuziosamente all’ adeguatezza di quel nome, quasi a definire un identità. Lo chiamai infatti Tortuga, che in lingua spagnola vuol dire tartaruga, per il suo andamento flemmatico e la sua contraddistinta lentezza. Conoscevo la lingua spagnola, e non sapevo come mai, me ne accorsi con il mio interesse alla lettura. Come già detto possedevo molti libri, i primi li procurai sempre nella spazzatura, poi vendendo alcune spezie, o altra roba racimolata in giro cominciai a spendere i miei miseri guadagni sempre e solo nell’acquisto di libri. Dando così il nome di Tortuga al mio accompagnatore riflettei per la prima volta sul fatto di avere un identità basata non su i nostri legami sanguigni, legata alla famiglia e alla discendenza, ma su una nostra precisa caratteristica. Proprio come si assegna il nome ad un animale così io lo assegnai a me stesso per darmi un identità che riflettesse quello che ero diventato, quello che ero in quel momento, solo così forse non sarei stato tormentato dalla mia identità passata e sconosciuta.  Il mio nome da quel momento fu Lupo. Molti uomini credono ingenuamente che il lupo sia un animale solitario e scontroso, ma in realtà è un pacifico amicone e vive in branco. Esistono lupi solitari solo quando vengono esiliati dal branco. Io mi sentivo come un lupo, visto da tutti come il solitario, ed arrivato ad esserlo realmente solo per essere stato esiliato dalla società degli uomini, ma come dietro gli occhi di ghiaccio di un lupo solitario si nascondeva in me l’animo di una persona che sentiva il bisogno di non soffrire quella solitudine, ma che al tempo stesso ormai ne faceva la sua caratteristica principale rifiutando qualsiasi forma di comunicazione, scegliendo di essere quello che non ero realmente, sia perché ne ero ignaro, sia perché qualcosa o qualcuno mi aveva condotto a questo stato di essenza. Sempre più mi rendevo conto, pur non sapendo cosa fosse successo, di portare rancore a chiunque mi avesse generato, o a chiunque facesse parte della mia vita di non essere lì ora con me a ricordarmi chi fossi. Portavo rancore per un sentimento d’abbandono che era l’unico ricordo che avevo, rancore che scaturiva rabbia e paura, ed un’amara voglia di restare solo piuttosto che rivivere quel sentimento. Le mie giornate con Tortuga trascorrevano alla ricerca di cibo, e con il tentativo di guadagnare qualche spicciolo con la vendita di erbe, spezie, verdure, come lavanda, cicoria, o altri oggetti usati abbandonati nelle discariche. I clienti solitamente erano molto più frequentemente altri clochard, e più sporadicamente i passanti della strada, i quali tentennavano a fermarsi. Ciò che ricavavo da queste vendite non lo usavo quasi mai per comprare del cibo, in qualche modo ogni giorno riuscivo a mangiare, o racimolando qualcosa, o a volte quando ero più affamato del solito o quando faceva particolarmente freddo d’inverno approfittavo dei pasti caldi della Caritas, dove presi anche quei pochi vestiti che posseggo. I miei guadagni quindi preferivo utilizzarli per la mia igiene e la mia cultura, mi lavo tutti giorni nei bagni della stazione, mi faccio la barba una volta a settimana e mi taglio i capelli una volta al mese. Lo faccio perché anche se non so chi sono so di essere un uomo e so di avere una dignità, nonostante la vita che faccio e la mancanza di rapporti umani, io voglio stare bene con me stesso e prendermi cura del mio corpo è un modo per farlo. Tortuga si è rivelato un abile aiutante nella fase di raccolta dei miei prodotti, ha dimezzato il tempo di ricerca così da aumentare quello della vendita, ed incrementare anche i guadagni. Una ricompensa quindi spettava anche a lui, ma suo malgrado si trattava ugualmente di una spazzola e del sapone per cani, e gli infliggevo quella che per lui era una tortura due volte a settimana con un bel bagno che gli faceva tornare bianco splendente il suo pelo. Io, come detto, possedevo pochi abiti presi alla Caritas, poiché gli indumenti che indossavo il giorno in cui mi sono risvegliato non mi coprono più i polsi e le caviglie, da allora mi sono allungato di qualche centimetro, e sono anche leggermente stretti, perché nonostante il mio fisico sia asciutto, si è ingrossata la mia massa muscolare. Non so se per costituzione, o se per quel po’ di movimento e attività fisica che faccio. Da quel giorno al mio incontro con Tortuga trascorsero all’incirca dieci anni. Mi sono costruito una specie di calendario dove segnavo i giorni che passavano, e ad ogni anniversario di quel giorno segnavo 1, 2, 3 ecc.. smemoanni. Sì, così li chiamavo i miei pseudo – compleanni, contati in base alla mia nuova nascita in cui avevo dimenticato e cancellato tutta la mia vita passata. La mia età quindi era di 10 smemoanni. Ero cosciente però del fatto di possedere un età, e pur non sapendo la cifra esatta me ne feci un idea. Mi svegliai quel giorno proprio nel sedile del vagone del metrò dove vivo. Stringevo tra le braccia la trapuntina azzurra e la foto della donna al chiaro di luna tra le mani. Quando aprii gli occhi la prima cosa che vidi fu il tetto grigio del metrò e le aste rosse con gli affari per mantenersi penzolanti. Mi alzai di soprassalto, e tutto quello che sentivo era confusione e vuoto, un vuoto assolutamente incolmabile che mi trascino da dieci anni. Guardandomi nel vetro del finestrino vidi un volto che non conoscevo, dei capelli arruffati castano scuro, due occhi grandi verdi, un viso pulito, giovane senza segni ne rughe. Mi guardai le scarpe, da ginnastica con uno stile fresco e giovanile. Avevo un paio di jeans, e una felpa nera con un cappuccio. Ero vestito da adolescente ma avevo una rada barba sul mento, peli sulle braccia, e vene grosse sulle mani virili. Avevo quindi di certo superato la pubertà, ma non ero ancora abbastanza adulto. Avrò avuto all’incirca poco più di vent’anni. Da quel giorno cominciò la mia vita sulla strada, l’unica vita che conoscevo, e l’unica vita che sentivo mi appartenesse. Fu una sensazione quasi naturale quella di scegliere quel vagone come la mia casa, e non avevo mai provato il benché minimo disprezzo o odio verso la mia misera casa, la mia misera vita. Io ero rinato da misero uomo e quel po’ che avevo mi bastava, fino ad’oggi che, se il mio cervello e il mio intuito non m’ingannano sono un giovane adulto di trent’anni che comincia ad avvertire, a capire e a riconoscere un estraneo dentro di se. Ora che c’è Tortuga con me, quell’estraneo a volte si impossessa del mio corpo e fa, pensa delle cose che non appartengono all’io che conosco. Mi ricorda che nonostante io sia un misero e solo uomo sereno, non sono ne la miseria ne la solitudine un motivo per compiangermi, ma quel vuoto di vent’anni che mi rende consapevole che esiste un altro me, se pur non lo ricordo, non lo conosco, è lì, lì da qualche parte e non avrei potuto a lungo ignorarlo. Una mattina mi svegliai con un lagnoso lamento di Tortuga, sentivo il suo caldo fiato sul viso, e la sua bava scivolare viscida sul mio braccio con il quale coprivo gli occhi. Provai ad ignorarlo, ma dovetti allontanare il suo muso con una gomitata. Ecco che provavo per la prima volta i piccoli fastidi di una convivenza con un altro essere vivente. Mi alzai di scatto alquanto irritato, blaterando qualcosa verso Tortuga per sapere cosa volesse, e lui come un matto cominciò ad andare avanti e in dietro scodinzolando e guaendo, poi arrivò con tutte e due le zampe posteriori sul mio petto con un unico balzo, e ricadendo a terra scattò velocissimo in una corsa verso la strada. Non so per quale motivo e spinto da quale strano istinto lo rincorsi urlando

“Tortuga! Dove vai? Tortuga!!!!??”.

Corsi come un matto dietro di lui per qualche km, ma perché non lo lasciavo andare? perché mi preoccupavo tanto? Forse non era apprensione più quanta curiosità per quello strano comportamento. Come se Tortuga fosse poi stato sempre normale! Quel cane stava diventato un mistero, ma un mistero svelabile forse, accessibile, non come la mia vita passata, era per questo dunque che mi incuriosiva, mi animava. Avevo finalmente il potere, la volontà, la spinta di scoprire qualcosa. Un idea assurda? Cosa ci potesse mai essere  da scoprire su un animale? Quali reconditi segreti poteva mai custodire la vita di un randagio? Era ufficiale, quel cane mi aveva fatto diventare completamente pazzo! Mi faceva lasciare andare a carezze, parlare da solo, arrabbiare, correre per km senza motivo, non mi riconoscevo più. Era forse questo il suo intento? Portarmi a non riconoscere quello che in effetti in passato non ero? Fantasie! Un cane non ha intenti di questo genere, semplicemente avere un rapporto con un altro essere faceva riaffiorare aspetti di me che non avevo mai esplorato. Era probabilmente così! Mi confuse però il fatto che quella corsa perdifiato ci portò su un lungo viale di cipressi che portava all’ingresso di un cimitero. Arrivato al cancello mi appoggiai alle sbarre con il respiro affannoso, non riuscivo neanche a capacitarmi di quanto avevo corso, probabilmente senza saperlo avevo di certo battuto qualche record di resistenza o velocità! Nel frattempo che riprendevo fiato, ricordai che stavo rincorrendo Tortuga, cominciai infatti ad insultarlo tra me e me

“Maledetto cane! Che pazzia! Che diavolo ti è preso? Eh?”

Stacco le mani dal cancello mi giro di scatto..

“eh Tortuga?”, ma non c’era più nessuna traccia di lui, “Oh mio Dio Tortuga, ora oltre che ad acchiapparella vuoi giocare a nascondino? Tortugaaa!?”.

“E’ pazzo ad urlare davanti ad un cimitero?”

Una voce roca mi riprese, mi voltai e vidi un uomo basso e baffuto, che con delle manone rugose e rovinate infilava delle grandi chiavi nel cancello. Era probabilmente il guardiano, o quello che più comunemente chiamiamo becchino. Evitai la tentazione di fare qualche gesto scaramantico e gli dissi :

“Mi scusi davvero, ma ho perso il mio cane, per caso lo ha visto? Grosso, bianco, cammina lento lento, mogio, mogio.. eh già.. eppure stamattina è diventato superman d’improvviso si è messo a correre fin qui, ed ora è sparito.”

“No, signore! Mi dispiace, non ho visto nessun cane! Poi, come vede, arrivo in questo momento. Se non ha bisogno di entrare o di qualcos’altro io tornerei al mio lavoro.”

“Va bene, io continuo a cercarlo, resto nei dintorni. Se per caso lo vede mi avverte?”

“Farò quel che posso!”

“La ringrazio.”

Lo cercai per almeno mezz’ora nei dintorni del cimitero, dopo un po’ ritornai all’entrata per vedere se era ritornato lì, o se il vecchietto del cimitero lo aveva visto. Quando arrivai vidi il guardiano parlare con un ragazzino, esitai ad avvicinarmi, ed inavvertitamente ascoltai il bambino chiedere dei fiori freschi evidentemente da portare sulla tomba di qualcuno. Mi avvicinai di più per richiamare l’attenzione del guardiano, ma il primo a girare lo sguardo verso di me fu il bambino, che prontamente tirò la giacca del guardiano intento a parlare

“Figlio mio, guarda quanti campi qui attorno, và..”

“Augusto, augusto! Il signore qui vuole qualcosa!” lo interruppe il bambino

“Ah si, lei, ha trovato il suo amico?” rinvenne il guardiano guardandomi

“No purtroppo, no” risposi,

“Da queste parti non si è fatto vivo, mi dispiace!”

“Che amico ha perso signore?” chiese curiosamente il bambino.

“Ma quale amico? Io non ho amici!” risposi bruscamente ormai stanco e irritato dalla pazzia di quel cane maledetto, voltai le spalle e andai verso l’uscita.

“Signore, signore, aspetti? Perché è così arrabbiato?” urlò il bambino mentre cercava di raggiungermi.

“E tu perché sei così curioso?” risposi con un’altra domanda fermandomi di scatto e lanciandogli uno sguardo che potesse spaventarlo, ma il bambino non esitò e mi sorrise, ed affermò sicuro:

“Perché la curiosità porta conoscenza e posso imparare più cose, non crede?”

Rimasi esterrefatto, imbambolato da quel sorriso mieloso, da quella serenità innocente, e da quelle parole così sagge per un bambino così piccolo.  Piegai le ginocchia, e abbassandomi raggiunsi la sua altezza. Un gesto per guardare quel bambino negli occhi, un confronto alla pari, un atteggiamento così sconosciuto ma così naturale, come se ci fosse una forza astratta superiore che mi muovesse, che spingeva anche me verso quella curiosità morbosa che hanno le persone normali su questa terra. Posai le mie mani ormai adulte sulle spalle esili del corpicino e porsi la mia domanda, non un interrogativo per lamentarmi, per provocare, per blaterare come facevo al mio solito, ma una semplice domanda che voleva una risposta. Quel bambino aveva suscitato in me curiosità proprio come Tortuga, gli chiesi quindi :

“ Ma tu piccolino, quanti anni hai?”

“Nove, signore!”

“E cosa ci fai qui tutto solo?”

“Sono venuto a trovare la mia mamma.”

“Ah si? E dov’è la tua mamma?”

“E’ andata in cielo quando io sono nato, e lei invece cosa ci fa qui?”

“Non lo so!” abbassai lo sguardo, e lentamente ritornai alla mia altezza naturale. Il bambino alzò gli occhi cercando i miei.

“Si è perso signore?”

“E’ una vita che sono perso” sussurrai

“Come signore?”

“Nulla piccolo, ma se la tua mamma non c’è più con chi vivi?” la curiosità ormai mi permeava, e i gesti sconosciuti ma naturali continuavano ad uscire inconsulti dal mio corpo, la mia mano infatti si trovava sulla testa del bambino accarezzandolo mentre gli porgevo la mia domanda.

“Ho un’altra mamma ora, la mia zietta e pure un papà e dei fratellini, sono fortunato perché ho una bella famiglia.

“Capisco! Come ti chiami?” attendendo risposta mi diressi su un parapetto accanto al cancello del cimitero e mi sedetti, quasi a mostrare il desiderio di continuare quella conversazione. Il bambino mi raggiunse saltellando e sedendosi anch’egli pronunciò il suo nome a chiare lettere.

“Matteo, mi chiamo Matteo, signore! E lei come si chiama?”

“Io mi chiamo Lupo”

“Lupo?? Ma che nome è?” il bambino arricciò il naso non so se per disgusto o perché non capiva.

“Sai piccolino io non ho una mamma, non ho un papà e non ho una famiglia, e non ho neanche un nome”. Il bambino cominciò a guardarmi preoccupato forse pensando che io fossi pazzo.

“Lupo è il nome che ho scelto io per me”

“Il mio lo ha scelto la mia nuova mamma, mia zia, dice che è un nome molto importante e che devo essere fiero di portarlo, e che prima o poi mi dirà il perché” Il bambino eluse il mio discorso troppo complicato da capire e riprese a parlare di sé, cosa ovviamente più semplice. “Oh, signore, ma lei non aveva perso un amico?”

“Sì, infatti sarà meglio tornare a cercarlo.”

“Anche io avevo un amico, però se ne andato, è partito io penso, mia zia dice che forse se ne andato dalla mia mamma, spero che invece il suo amico ritornerà?”

“Chissà?!” appoggiai il mento sulle mani affranto, non sapendo se sperare di ritrovare Tortuga o se sperare di non rivederlo più. Il bambino mi afferrò il braccio di colpo facendomi cadere il mento nel vuoto, e mordere la lingua e disse:

“Prima di andare signore, vuole vedere la foto della mia mamma? Venga su dai!” mi tirava per la manica della giacca; ed io quasi con inerzia ormai lo seguii.

Ci trovammo di fronte alla lapide di una giovane donna, e l’epitaffio riportava “Cristiana Conticini, 1960-1980, si è spenta all’età di soli vent’anni dando alla luce il suo bambino”. La foto incorniciata in un ovale placcato in oro raffigurava l’esile volto di una ragazzina dai tratti meravigliosi, di uno sguardo intenso e una bellezza fuori dal comune. Il bambino si inginocchiò raccolto nel suo silenzio, nella sua preghiera, nel suo colloquio silenzioso con l’anima di chi lo aveva generato. Per la prima volta mi pervase un senso di tristezza e di malinconia, un nodo mi si strinse in gola, e quella forza che dominava ormai da giorni i miei gesti, ora animava le mie emozioni, le implodeva nel mio corpo provocandomi quasi fastidio, dolore fisico, quasi paura, oserei dire terrore. Quando sentii una goccia solcare la mia guancia, alzai gli occhi al cielo, ruotai il palmo della mano verso il dorso e viceversa puntando il cielo, ma no, non pioveva! Quella forza misteriosa e sconosciuta mi aveva sottratto una lacrima per darmi un segno evidente della mia umanità, della mia essenza e in quella goccia era forse racchiuso tutto il mio passato, ma si perse in un istante tra la breccia del viottolo del cimitero davanti alla lapide di una giovane sconosciuta. Lasciai lì il bambino e senza disturbarlo mi allontanai silenziosamente.  Uscii dal cancello e percorsi il lungo viale di cipressi fuori dal cimitero per ritornare sulla strada e raggiungere il mio metrò, dimenticatomi ormai anche di dover o voler cercare Tortuga. Ero immerso in strani pensieri, su quella strana giornata, sulla folle corsa, sulla scomparsa di Tortuga, il buffo vecchietto del cimitero e infine Matteo, quel bambino e la sua povera defunta madre, le prime persone umane nella mia nuova misera vita che mi avessero suscitato delle emozioni.  Ero a metà del viale mentre cercavo di scacciare questi maledetti pensieri e sussultai alle grida di quella stessa voce roca che mi aveva sgridato per aver urlato:

“Signore, signore?! Torni indietro, il suo cane è qui?”, tornai indietro con una rapida corsetta, rientrai nel cimitero e il vecchietto mi disse:

“Guardi lì c’è un cane bianco sdraiato è il suo?”

“Sì è Tortuga!Ma da dove è ritornato? Non l’ho visto!”.

Se ne stava tranquillo sdraiato sotto il sole alto, ormai era l’una. Avevo sprecato una mattinata per giocare a nascondino con quello stupido cane, che ora sonnecchiava indisturbato. Andai verso di lui nervoso con l’intento di dargli una bella strigliata, ma qualcosa mi atterrì, mi ammutolì, represse la mia futile rabbia nei confronti della povera bestia. Tortuga era sdraiato proprio affianco alla lapide di quella donna dove pochi minuti prima mi trovavo con quel bambino, che avevo lasciato lì nella sua preghiera, ed ora si era dissolto come nel nulla, e Tortuga era riapparso dal nulla. Dubitai per un attimo dell’esistenza di quel bambino, però la lapide era lì con lo stesso identico epitaffio che avevo letto. Non poteva essere stato un sogno! Forse una suggestione, un apparizione?! Ma quali fantasie mi passarono per la testa? Io con quel bambino ci avevo parlato, avevo avuto curiosità, compassione, emozione, sentimenti mai conosciuti prima in questa vita. Confuso, tornando con Tortuga verso l’uscita, chiesi al vecchietto:

“Mi scusi, Augusto si chiama giusto?”

“Sì, come fa a saperlo?”

“Il bambino, prima, si è rivolto a lui chiamandolo Augusto?”

“Quale bambino?”

O era troppo vecchio lui, o ero diventato matto io!  La faccenda mi metteva inquietudine, ci pensai e mi tormentai tutto il giorno, cercavo mille spiegazioni, ma più le cercavo e meno razionali le trovavo. Addirittura pensai che Tortuga si era mostrato a me con le sembianze di quel bambino, che ci potesse essere una qualche connessione tra loro visto che il bambino si dissolse quando Tortuga riapparve. Quel bambino però era così reale, era reale la tomba della madre che era ancora lì al mio ritorno, sicuramente c’era una spiegazione logica. Ma ero così stranamente preso da questa vicenda da non essere abbastanza lucido per poter capire e ragionare con distacco, con razionalità, mi coinvolgeva in un modo per me inspiegabile, potevo solo attribuire queste mie sensazione ai recenti cambiamenti che stavo subendo, alla sorta di metamorfosi a ritroso verso il mio io sconosciuto. Sta di fatto che quella notte non chiusi occhio e che la mia premura fu quella di tornare il mattino dopo, alla stessa ora, dinnanzi quel cimitero. Ritrovai Augusto, il vecchio guardiano, camminando ancora verso di lui per raggiungerlo feci un cenno di saluto con la mano. Il vecchietto mi guardò aggrottando la fronte e socchiudendo gli occhi come per focalizzare la mia immagine e poi si rivolse a me:

“Mi scusi ha bisogno di qualcosa?” mi parlò come se non mi avesse mai visto prima,

“Signor Augusto, non mi riconosce? Ero qui ieri mattina, avevo perso il mio cane”

“Quale cane?”, ed ecco il primo arcano svelato, era decisamente troppo vecchio lui! Mi armai di pazienza e cercai di far pervenire nella poca memoria rimasta al povero vecchietto ciò che era accaduto il giorno prima. Non ero pienamente sicuro se avesse ricordato e capito chi fossi, così dopo tre o quattro volte che gli avevo ripetuto com’era fatto il mio cane preferii chiedergli del bambino.

“Signor Augusto, c’era un bambino ieri che parlava con lei, le stava chiedendo dei fiori, sa se viene qui tutti i giorni?”

“Quale bambino?”, volevo morire, ma ci riprovai!

“Guardi, è il figlio di quella donna seppellita laggiù” e indicai la lapide “mi pare si chiami Cristiana Conte.. Conti…”

“Conticini!!” esclamò il guardiano, “..povera ragazza, una brutta storia sa, viveva nel mio quartiere, lì si sa tutto di tutti, e quando rimase incinta scoppiò lo scandalo, nessuno sapeva che aveva un ragazzo, lo teneva nascosto perché il padre era molto geloso e severo, un padre padrone.. Bastardo! La minacciò dicendo che se non avesse lasciato perdere il padre del bambino l’avrebbe costretta ad abortire. Riteneva quel ragazzo uno squattrinato irresponsabile e avrebbe voluto pensarci solo lui a crescere il nipote. Quando Cristiana lo lasciò quel povero ragazzo morì in un incidente stradale, e poi morì lei di parto..”

Lo fermai subito con una domanda, avevo quasi paura mi dicesse fosse morto anche il bambino, e ciò significava che avevo visto una sorta di fantasma..

“E il bambino?”

“Matteo? Che bambino adorabile, lo adottò sua zia.”

A quelle parole tirai un sospiro di sollievo, il bambino con cui avevo parlato esisteva, in carne ed ossa! Tolto questo tormento rimasi incantato, e direi decisamente intristito da quella brutta storia, quasi come leggere un libro senza lieto fine. Le parole del vecchietto mi avevano lasciato un magone, un senso di vuoto, e ancor di più la voglia e la curiosità di avere un contatto con quel bambino, per poter capire cosa significava avere dei legami, dei sentimenti, cosa significava sapere di soffrire per la perdita reale di qualcuno, anche se lui un po’ come me non conosceva affatto chi aveva perso, però gli rimanevano delle foto, un volto, un identità, qualcuno che parlava a lui di sua madre. Mentre pensavo ciò mi si insinuò un dubbio, quel bambino sapeva esattamente chi era la madre e come era morta, e andava a trovarla pare sempre al cimitero, ma non aveva fatto il benché minimo accenno al padre naturale, così la mia nuova curiosità con il quale ormai non combattevo più mi spinse a saperne di più..

“Scusi signor Augusto, mi ha detto che il ragazzo morì in un incidente stradale, ma non è seppellito qui in questo cimitero?”

“Eh caro mio signore, anche questa è una brutta faccenda, la sorella per poter piangere il fratello è venuta qui a chiedere di poter mettere una croce di legno con solo il nome intagliato, Matteo Costa, e viene solo lei. In quella famiglia è proibito parlare del povero ragazzo, neanche al bambino gliene stato mai parlato..”

In quel momento una voce dolce gridò:  “Signor Lupo?”

Io intento ad ascoltare Augusto e al desiderio di sapere cosa ci potesse essere di tanto misterioso dietro quella storia, sussultai dallo spavento, ma quando mi girai vidi il bel sorriso di Matteo accompagnato per mano da una giovane ragazza mora, con due occhi verdi molto intensi ed un viso delicato ancora da bambina.

“Ciao Matteo, vieni tutti i giorni a trovare la mamma? Oggi non sei solo?”

“No, mi ha accompagnato la zia?”

“Zia? È un po’ giovane?” La ragazza mi sorrise, mi tese la mano senza diffidenza e si presentò,

“Salve, io sono Angelica, e sì sono la zia”,

“La sua nuova mamma?” osai sentendomi un po’ impiccione.

“No, la mia nuova mamma è un’altra zia!”

“Oh, vedo che le ha raccontato un po’ di cose. Quando ho perso mia sorella ero una ragazzina e non vivevo qui, non avrei potuto adottarlo io neanche volendo.”

“Capisco!” guardai Matteo, mi inginocchiai, “Allora, oggi vedo che li hai trovati i fiori?”

“Sì, li ho dovuti prendere dal fioraio, Augusto non li vende più qui!”

“Parlate di me?” si intrufolò Augusto che di sicuro era lì ad ascoltare , anche se nel giro di poco avrebbe dimenticato tutto.

“Si signor Augusto, il bambino mi diceva che non vendete più i fiori qui all’ingresso” riportai la quasi lamentela del bambino.

“Io sono vecchio! La mia schiena non ce la fa a sorreggermi per andare nei campi al mattino a raccoglierli, non ce la faccio più!”

Guardai con un espressione Matteo come per dire “Perbacco!!Come si fa?”, poi ci pensai, gli feci un occhiolino e gli dissi :

“Aspetta un attimo! Ci penso io!”. Presi il signor Augusto in disparte e gli proposi di entrare in “affari”, io  e Tortuga avremmo pensato alla raccolta dei fiori, e lo avremmo aiutato nella vendita beneficiando entrambi, d’altronde era quello il mio mestiere, racimolare qualunque cosa che potesse essere facile e non dispendioso da recuperare, e vendibile. Tornai da Matteo con la  buona notizia:

“Ecco fatto, da oggi in avanti ci penserò io per i fiori, così potrai prenderli qui e spendere di meno che dal fioraio. Se qualche volta vieni ad aiutarmi a raccoglierli potrai prenderne per te quanti ne vuoi, così invece che solo alla mamma gliene regali un po’ anche alle tue belle zie”

“La ringrazio signore!” esclamò la zia e aggiunse: “..ma lei chi è? Lavora qui?” e mentre si rivolgeva a me sorrise dolcemente. Non le facevo paura, non avevo per lei forse quel brutto aspetto che hanno i barboni, anzi non aveva capito nessuno che ero uno che viveva per la strada e non so per quale motivo nella mia risposta lo omisi.

“No signorina, ieri mi trovavo qui per caso, avevo perso il mio cane, e mentre aspettavo si rifacesse vivo ho incontrato suo nipote e abbiamo chiacchierato un po’” le sorrisi anch’io senza neanche rendermene conto.

“Ah si, il suo amico, è un cane? Anche il mio amico era un cagnolone, mia zia dice che se ne andato per morire lontano, lei invece lo ha trovato?” chiese incuriosito il bambino.

“Sì, per fortuna l’ho trovato!, Anzi, quando sono tornato indietro era lì disteso vicino alla tua mamma, e tu non c’eri più, dov’eri finito?”

“Il cimitero ha un altro ingresso dall’altra parte, sono uscito da lì, perché di fronte c’è una gelateria dove mi fermo sempre”.

Era decisamente tutto più chiaro, e tutto molto più logico e razionale, probabilmente anche Tortuga girava in tondo al cimitero e come due idioti non ci incontravamo. Quello che invece ancora mi dava il tormento era che mi sentivo diverso, avevo conversato con quelle persone come un uomo normale, un uomo sociale, stava uscendo fuori la parte ignota e nascosta di me, quella volontà di un contatto, di un confronto, chissà forse anche di un amicizia. Inconsapevolmente avevo creato un legame con quel bambino, la sua storia, la sua famiglia, attraverso l’idea di vendere i fiori lì al cimitero, realizzavo in quel momento che l’avrei visto così sempre, e che quel filo si sarebbe intrecciato, allungato, tessuto fino a creare un qualcosa, una relazione. Avrei arricchito la mia identità di Lupo solitario, di barbone del metrò, venditore ambulante, con amico di un bambino, amico di un cane, amico di un vecchietto e chissà anche di quella bella e giovane ragazza. Sarei stato parte di un condivisione, sì, avevo condiviso una parte della mia giornata, della mia vita, in quel cimitero con quelle persone. Il problema era solo uno, ne ero così entusiasta che non sentivo più quella paura dell’abbandono, quella paura che ti porta a rifiutare qualcosa perché averla significa già potenzialmente perderla, e non sentire quella paura era forse pericoloso, pericoloso perché stavolta ero guidato da una forza estranea, dall’istinto dell’uomo che un tempo viveva nel mio corpo.  Il presente di quel bambino mi dava una sensazione di serenità, di gioia, di equilibrio, quasi ammiravo la sua forza, la sua sensibilità, aveva perso la madre ed andava a trovarla lì sempre con il sorriso sulle labbra. Ammirevole se penso alla persona burbera e negativa che sono per la mia solitudine. Anche se lui era circondato da persone che gli vogliono bene e che gli ricordano tutti i giorni chi è, la storia del suo passato mi dava angoscia, preoccupazione, come se ancora stesse veleggiando aria di negatività intorno a quello scherno sereno e gioioso. Avevamo una cosa in comune io e quel bambino, per me la mia identità è un buio totale, la sua è illuminata in parte. Da quanto capii probabilmente il bambino non aveva la minima idea di avere un padre naturale defunto, ma volli poi capire meglio questa questione. Salutai tutti e andai via, avevo lasciato Tortuga da solo. Dovevo pensare ad altro per un po’, non avevo mai avuto un pensiero fisso così a lungo, e quella notte prima di addormentarmi però comunque per un attimo mi passò l’immagine di quella ragazza che mi sorrideva, e il suo sguardo aveva qualcosa che mi catturava inspiegabilmente, come se l’avessi già visto. Beh l’avevo già visto, aveva gli stessi identici occhi ritratti sulla foto della lapide, infondo quella era sua sorella e si somigliavano molto. In quei due grandi occhi verdi avrei voluto esserci io per capire come mi vedevano e perché non avevano timore di me. Mentre chiudevo i miei di occhi con quell’”Angelica” immagine, addormentandomi ebbi un incubo. Sognai quel bambino, o meglio nel mio sogno ero Matteo, avevo le sue sembianze, piangevo disperato urlando “Mamma! Dove sei? Mamma!”, sentivo davvero dentro di me la sensazione di aver perso la “mia” mamma, sentivo la disperazione di non poterla riavere più indietro. Percorrevo un lungo corridoio bianco con delle porte bianche e delle finestrelle sbarrate, dove su alcune vi erano aggrappate delle mani, o si intravedevano dei visi stravolti. Alla fine di questo lungo corridoio mi trovai di fronte ad una porta trasparente, e riflettendomi in quel momento ero tornato nelle mie sembianze. Oltre il vetro potevo riconoscere la giovane madre di Matteo, la stessa donna ritratta in quella foto, che piangendo pronunciava le parole “Addio”. Mentre svaniva, la porta di vetro scoppiò in mille pezzi ed entrò una vampata di fuoco, prima di essere  travolto mi svegliai. Una sensazione strana pervase tutto il mio corpo, il dolore al petto e al torace che mi accompagnava da sempre si fece più intenso e fitto, quasi da non farmi respirare. Il cuore palpitava ad una velocità indescrivibile, e mentre il mio corpo tremava poiché reagiva per istinto con timore alla sensazione di morte del fiato spezzato, io avevo paura invece di quel battito che mi faceva sentire vivo, tanto vivo quanto debole, sopraffatto dalle emozioni, sconvolto dagli eventi delle vite altrui che piombavano ora nella mia vita. Ero così spaventato che in quel momento avevo solo voglia di tagliare quel filo ipotetico che mi avrebbe legato ad una qualsiasi situazione, dovevo dimenticare quel cimitero, quel bambino, sua madre defunta, quella ragazza.. e probabilmente anche Tortuga. Non feci in tempo a pensare di liberarmi di quel cane che mi accorsi che non era al suo solito posto, con un po’ di cinismo pensai che magicamente ciò che avevo appena desiderato si era avverato. Abbozzai un sorriso cattivo ed egoistico, non lo cercai, tornai a sdraiarmi, e mentre tentavo di riprendermi quella burbera ed asociale identità che volevo per me, sentivo i pugni dei sensi di colpa ancora lì ad infierire sulla mia ferita, questa volta la mia vera identità si stava ribellando sul serio, e non riuscendo però a prendere possesso di me, non riuscendo a combattermi sembrava volesse abbattermi. Il dolore cresceva, una raffica di pugni arrivava inesorabile, il respiro quasi non c’era, mi alzai per ricadere sulle ginocchia, stringendo le mani sul torace per fermare, comprimere un dolore che non mi dava tregua. All’improvviso sentii i miei occhi girarsi verso l’alto, lanciai indietro la testa, ma di colpo persi i sensi, e molto probabilmente giacevo a terra. Aprii gli occhi con fatica, una luce bianca forte mi abbagliò facendomeli richiudere istintivamente, e assolutamente non capivo dove mi trovavo, sentivo solo delle voci:

“Guarda!Si sta svegliando!!“

“Signore, signore…??? Ehm.. Come si chiama?”

“Lupo!”

“Lupo? Ma che razza di no..

“Ma che t’importa chiamalo!!!”

“Signor Lupo? Signor Lupo è sveglio, come sta?”

Ora la luce bianca era coperta da una chioma bruna, e quando riuscii finalmente ad aprire gli occhi, dinanzi a me c’era il viso incantevole di Angelica, già ma dove ero finito? Che ci faceva quella ragazza con me? L’altra voce era del bambino, Matteo, pensavo di essere in un sogno, non riuscivo a capire nulla. Angelica mi poggiò una mano sulla spalla, afferrò il cuscino dove tenevo appoggiata la testa che alzai d’istinto, lo mise ritto in piedi sullo schienale, mi aiutò a sollevarmi per mettermi seduto. “Allora, signore mi dice come si sente?” mi chiese dolcemente

“Non lo so! Dove sono? Cosa e successo?” dissi confusamente

“Beh signore, pur essendoci presi un bello spavento, la cosa da raccontare sembra strana e un po’ buffa.. ” accennò un sorriso

“Si è vero, una strana coincidenza..!” disse quasi entusiasta il bambino.

Alla parola coincidenza mi spaventai, segno che qualche cosa di complicato, molto complicato da capire, o meglio ancora da gestire mi stava succedendo. In quel momento ricordai anche della decisione che presi di lasciar perdere tutto, di allontanarmi da quelle persone, ma era forse l’inizio di una lunga e interminabile persecuzione, ecco il mio “io” che stendendomi a terra mi aveva mandato un avvertimento, una vera e propria dichiarazione di guerra.  Ascoltai comunque incuriosito ciò che era successo.  “Una coincidenza?” chiesi incitando a raccontare.

“Stamattina è tornato Teo, ci sembrava un miracolo!” disse sorridendo Angelica e guardando affettuosamente il nipote

“Chi è Teo?” chiesi dubbioso

“Il mio cagnolone che se ne era andato, non era morto, era solo scappato, ed è riuscito a ritornare” gioioso mi spiegava Matteo.

“Sono contento per te. Ma cosa c’entra questo?”

“Ad un certo punto il cane ha cominciato a correre come impazzito, Matteo con la paura che scappasse di nuovo lo ha rincorso senza fermarsi, finché si è ritrovato in quella discarica, ed è lì che vi hanno visto signore, a terra, privo di sensi. Mi ha avvertito, abbiamo chiamato i soccorsi e siamo venuti qui in ospedale.” Spiegò Angelica.

“Sì, si rende conto signore che proprio oggi il mio cane è tornato e che insieme a lui l’abbiamo trovato, e le abbiamo salvato la vita?” si rivolse a me dolcemente il bambino, io stupito e con un po’ di timore gli chiesi:

“Salvato la vita? Avrei potuto.. morire?”

Angelica mi prese una mano, di nuovo mostrava e ostentava la sua sicurezza, la sua assenza di timore nei miei confronti, eppure mi aveva trovato moribondo in una discarica. “Signore, lei avrebbe potuto morire con un polmone perforato. Il dottore dice che aveva un lesione ad una costola, che ce l’aveva da molto tempo, e ora rompendosi le stava trafiggendo il polmone, che cosa le è successo?”

“Nulla! Oh, io non lo so.. non sapevo di avere una costola lesionata o rotta, ho sempre avuto un leggero dolore al torace da molto tempo ma non gli ho mai dato retta, finché stamattina..”

“Ieri mattina!” mi interruppe Angelica “è successo ieri, l’hanno operata, ha dormito stanotte qui in ospedale, e oggi siamo ritornati a trovarla.”

“Oh, vi ringrazio” sorrisi e per la prima volta sentii un sentimento di vera gratitudine, mi sentii sotto l’attenzione di qualcuno ed era piacevole, ma poi d’improvviso ripensai alla parola “coincidenza”. Per Matteo la coincidenza era che lo stesso giorno che il suo cane era ritornato io avevo bisogno di essere salvato, e che per caso si sono trovati lì dov’ero. Ma per me la coincidenza era più grande, il suo cane era ricomparso mentre il mio era scomparso, e non solo, aveva con una corsa a perdifiato portato quel bambino da me così come Tortuga mi aveva fatto dannatamente correre verso il cimitero. Avevo una sola certezza in tutta questa storia, Tortuga non era un randagio, ma era Teo, il cane scappato da quella famiglia. E per quanto potesse sembrare una coincidenza così assurda, o portare a qualcosa di trascendentale, a pensare al destino che voleva farmi incontrare con quelle persone, in realtà c’era una spiegazione più che razionale. Tortuga sapeva di trovare il suo padroncino in quel cimitero, e conosceva bene quella tomba sulla quale se ne stava sdraiato, riuscito a tornare finalmente a casa non voleva però abbandonare neanche il suo nuovo padrone ed è forse impazzito. Comunque era chiaro che il filo che legava me e quelle persone era un cane, uno stupido cane.

“Ora sentiamo cosa dice il dottore e se la dimettono, noi l‘accompagneremmo volentieri a casa! Che ne dice?” disse dolcemente Angelica, ed io in un attimo sentii una sensazione di allegria per quella felice proposta. Il mio vecchio “io” ormai recuperava punti senza sosta, e desiderava accettare quella compagnia, così quanto sapeva però che il suo “nemico” aveva ora un carattere ed una vita troppo lontani dalla comune vita sociale, che quella sicurezza ostentata dalla giovane donna e dal piccolo, quella fiducia e ammirazione in un uomo apparentemente o veramente buono, distinto e affabile, si sarebbe dissolta nel sapere e nel conoscere la vita che conducevo. Evitare quindi di mostrare questa realtà, omettere con pudore la mia miseria era in realtà mentire senza pudore. Il misero me si nascondeva dietro la presenza ormai forte della mia essenza, e la paura di perdere quella nuova risorsa era più forte della voglia di restare solo, per tutto questo declinai gentilmente l’invito: “E’ molto gentile signorina, ma non voglio assolutamente disturbare oltre, mi avete salvato la vita e siete qui ora carinamente a tenermi compagnia, non appena mi rimetterò saprò sicuramente cavarmela e arrivare a casa sano e salvo, piuttosto volete sapere perché il vostro cane si è messo a correre all’impazzata?”

“Perché? Lei lo sa? E come?” chiese stupito Matteo.

“Beh, perché il mio cane Tortuga ha fatto lo stesso quella mattina che l’ho perso al cimitero ricordi? E sai dopo dove l’ho ritrovato?”

“Dove?” sempre più incuriosito il bambino

“Sdraiato davanti alla tomba della tua mamma!”

“Teo?” cominciava a capire

“Già credo proprio che Teo tutto il tempo che è mancato da casa tua l’abbia trascorso con me, e si è messo a correre in cerca di me, per condurti da me, chissà forse ora ci vede entrambi come i suoi padroni e vuole che facciamo amicizia?”

“Oh, che storia! Io non voglio che rinuncia a Teo se è anche suo amico, mi dispiace, voglio che lo condividiamo e che ce ne prendiamo cura insieme. Si?”

Il bambino trapelava sempre più entusiasmo, era affascinato da questa storia e da me, desiderava la mia amicizia, si intuiva, e per quanto coinvolgesse anche me tutto questo, sapevo che nessuno mai gli avrebbe permesso di condividere le cure di un cane con un barbone. Pensai per un attimo che forse questa situazione poteva essere la spinta a cambiare vita, a rientrare nella società pur non avendo una precisa identità, potevo chissà provare a ricostruire qualcosa che si avvicinasse all’io ignoto che esisteva in passato, in fondo stava già prendendo piede in me sotto forma di sentimenti, emozioni, desideri.. Eppure a livello pratico era più difficile, la mia nuova misera realtà era troppo presente, la mia corazza ancora troppo spessa, non potevo in quel momento prendere alcuna decisione ferma ma solamente lasciarmi trasportare dagli eventi; dovevo capire in fondo che la vita che conducevo era comunque parte di me,  che era lo stesso una parte della mia essenza, e per trovare la verità bisognava partire dalla verità. Ecco, magari un po’ per volta, ma dovevo essere me stesso in tutto e per tutto, mostrarmi come il lupo solitario esiliato dal branco che vuole cominciare da oggi a riscattarsi, perché vuole, sa, può amare e condividere. “Vedremo Matteo, chissà!? Se vuoi appena starò meglio verrò a trovarti, o magari ci vediamo al cimitero, in fondo ho la promessa dei fiori da mantenere e Teo-Tortuga  ci serve d’aiuto, ok?” proposi prontamente qualcosa che potesse essere un buon punto di partenza per non catapultarlo subito nella mia realtà buia e triste agli occhi di un bambino, e per fortuna accettò più che di buon grado la cosa. Uno stupido cane era dunque il capo di quel filo che intrecciandosi cominciava a disegnare e a tramare una nuova fase della mia vita,  vi era una nuova strada davanti a me da percorrere verso una destinazione ancora sconosciuta, o forse una vecchia strada dietro di me da percorrere verso una destinazione dimenticata…

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